Un buco nel muro di Paolo Marco Durante

Finalmente Giulio Mondevàl tornava a casa, al paesello.
Dopo cinquantasette anni, una vita. Una fitta trama di rughe intorno agli occhi azzurri che guardavano lontano, oltre il mare di nubi che si scorgeva dal finestrino dell’aereo.
Ancora poche ore e sarebbe arrivato a casa, quella vera.
Ne risentiva l’odore nel naso. L’aveva sentito per tutti quegli anni, mai dimenticato. Da quando era partito, appena compiuti i sedici, sul piroscafo che lo avrebbe portato lontano, laggiù, nell’America del Sud.
Era stato il suo sogno fin da bambino.
Il suo gioco preferito era prendere un canovaccio, riempirlo dei suoi tesori – due biglie di vetro, un temperino con il manico di madreperla, la fionda, un pezzo di pane e salame e il suo unico, meraviglioso giocattolo, un soldatino splendente nella sua uniforme da ussaro – quindi legarne assieme i quattro capi e infilarlo in punta a un lungo bastone che si poggiava in spalla e via, per le stradine del paese con quel fagotto, dopo aver detto a sua madre che sarebbe andato in un posto lontano chiamato Patagonia.
“Ciao mamma” le diceva “un giorno ci rivedremo!” e partiva.
Usciva dalla vecchia casa e se ne andava in giro, anche nella stagione inclemente, per le viuzze strette e diacce sognando foreste, giungle, deserti, savane, montagne, altre montagne, incredibilmente più alte di quelle aspre e sassose che circondavano il paesello sommerso dalla neve d’inverno, trafitto dall’ululato dei lupi nelle notti gelide, arso d’estate, incorniciato dall’oro dei campi di grano, sonoro del canto ritmato delle quaglie nelle albe di giugno.
Gli stava stretto il paesello, al giovane Mondevàl, perciò un bel giorno partì davvero. Ma non era ancora neppure troppo lontano che già l’odore di legna e del fuoco acceso gli bucavano il naso e il canto delle quaglie e l’ululato dei lupi gli martellavano le orecchie e il cuore.
Un giorno ci rivedremo, si dice sempre così ma poi, si sa, le cose vanno come devono andare.
Arrivò laggiù. Sempre più giù cercando ciò che non conosceva, quello che forse non c’era neppure là. Attraversò foreste, giungle, deserti, valicò catene di monti, arrivò in Patagonia.
Nel frattempo, sua madre morì, ma lui lo seppe soltanto dopo un anno.
Un giorno ci rivedremo. Così vanno le cose in questo mondo.
Intanto si era fatto uomo, Giulio Mondevàl, forte, alto, roccioso. Esplorò giungle, scalò montagne, cacciò il coguaro, cercò l’oro setacciando i fiumi. Lavorò sodo: costruì una fattoria, allevò il bestiame, divenne ricco, molto ricco. Viaggiò per tutta l’America, visitò città moderne che volevano toccare il cielo, si aggirò fra grandiose rovine, vestigia di un popolo di giganti arroccate su picchi impervi, irraggiungibili. Incontrò uomini, lottò e uccise. Conobbe donne, ebbe amore.
Eppure, ogni tanto, quell’odore di legna, di minestra calda e di casa lo aspettava al varco. Quei suoni, le quaglie, il lupo, l’ascia che spezza i ciocchi gli tendevano agguati quando lui, meschino, non se lo aspettava.
Fuggivano gli anni, veloci come solo loro sono capaci. Se ne approfittano, mentre noi siamo distratti e, illudendoci di essere eterni, ci affanniamo, presi, persi appresso alle cose, a sogni impossibili, a desideri esagerati, lottando, sopraffacendoci, inseguendo la ricchezza che non avremo mai il tempo di godere. Mondevàl correva appresso a tutto questo. Correva.
La sera tornava nei suoi possedimenti. Una grande e lussuosa hacienda piena di servitù e di ricchezze. In mezzo a quelle lande desolate tutto era confortevole intorno a lui, il cibo era tanto, il cuoco esperto, la tavola lussuosa, i salotti ricchi di preziosi mobili, di grandi quadri. Nella fuciliera armi bellissime dalle canne finemente damascate, nelle scuderie stupendi cavalli purosangue. Ma non gli sembrava mai abbastanza. Pareva sempre che mancasse qualcosa.
Dopo cena Mondevàl si sdraiava su un’amaca, nella grande veranda, e guardava quello spazio illimitato che gli si stendeva davanti. Vedeva anche un pezzo di cielo. Immenso anche quello.
Spirava un vento forte, teso, continuo, che spezzava i più deboli, che faceva impazzire i più fragili.
Si sentiva inquieto, Mondevàl, si toccava il volto bruciato dal sole e dal vento, rugoso, avvizzito. Allora si alzava di scatto, si faceva sellare il destriero più veloce e via, al galoppo sfrenato verso il villaggio più vicino ad affogare quell’angoscia prima al saloon e poi al bordello. Tornava a casa la mattina dopo, deluso, disfatto e se ne andava subito in ufficio a discutere di affari col soprastante.
Pure, ogni tanto, dalla scrivania, alzava gli occhi verso la finestra e guardava le immense pianure battute da quel vento incessante, ostinato, cattivo, dove vagano, correndo, ruzzolando, quei grovigli spinosi, quelle inquietanti sfere vegetali che vanno, non si sa dove.
Guardava lontano, Mondevàl, oltre le sconfinate praterie, verso quelle montagne lontanissime, incredibilmente alte, con quegli straordinari cappelli di ghiaccio. Si ricordava allora dei monti di casa, più modesti certo, ma altrettanto aspri. Pensava ai campi di grano, agli altipiani erbosi, alle colline di bosco, alle verdi vallate, al vecchio noce nell’orto. E riecco, imprevisto, insistente, maligno, quell’odore di minestra calda, di legna, di casa. In tasca la sensazione fastidiosa, ingombrante di un groviglio, di un groppo.
Era già sera quando si ricordò di una cosa lontana, sepolta nel tempo. Il suo amato giocattolo, il soldatino in divisa da ussaro, l’imponente colbacco di pelo d’orso che brillava come se ci fosse su una polvere magica, la pelisse appoggiata sulla spalla, la giubba di quel rosso sgargiante che faceva innamorare le ragazze, gli alamari, i bottoni dorati splendenti come il sole dei giorni della giovinezza. E i pantaloni di panno, blu come il cielo, attillati, infilati dentro gli stivali di cuoio talmente lustri che luccicavano anche al buio. Quel soldatino dal quale non si voleva mai separare, che portava con sé pure a scuola, anche quando andava nei campi col padre o all’oratorio. Eppure tanti e tanti anni prima lo aveva deliberatamente lasciato. Non abbandonato però, sia chiaro.
Lo aveva infilato in un piccolo buco del muro, una specie di minuscola nicchia, sotto il lavello in cucina, che poi aveva chiuso con un pezzo di un vecchio mattone.
Era stato come fare un nodo al fazzoletto, per non dimenticare. Una promessa, un voto, un cordone ombelicale, stabilire comunque un patto. Era un pegno, un memento. Un giorno ci rivedremo, aveva promesso.
Quanti giorni, quanti anni erano passati? E quanti ne restavano, soprattutto?
Quella notte Giulio Mondevàl si svegliò, confuso e agitato, sulla poltrona del confortevole salotto dove dopo cena era sprofondato, senza aspettarselo, in un sonno buio e senza sogni. Si alzò, andò in bagno e alla luce violenta che quasi lo accecava si guardò allo specchio e scoprì di essere diventato vecchissimo.
La mattina dopo partì. Non il piroscafo, ma un aeroplano dalle ali immense stavolta lo riportò indietro. Appena arrivato noleggiò un’automobile lussuosa e potente – adesso era ricco – e subito partì per arrivare a casa il prima possibile. Si fermò soltanto al chiosco di un fioraio e si fece preparare due mazzetti di fiori colorati, come quelli dei prati intorno al paesello, a primavera. Percorse la nuova autostrada poi ne uscì e prese l’antica rotabile, poco trafficata anche adesso, via via più deserta, più stretta, piena di curve che si arrampicavano sulle montagne brulle.
Gli sembrava di non arrivare mai. I tornanti gli davano la sensazione di riportarlo indietro, nella direzione opposta. I mazzetti colorati appoggiati sul sedile erano già un po’ avvizziti. In tasca ancora quel qualcosa che ingombrava, il fazzoletto con il nodo per non dimenticare, umido delle lacrime che non aveva avuto il tempo di piangere.
Giulio Mondevàl quasi disperava di non arrivare in tempo. Finalmente, valicando le montagne, la strada cominciava a scendere verso l’ampio altopiano coronato di colline.
Ecco laggiù Colleamaro, il paesello, circondato dai campi dove d’estate cantano le quaglie. Non era cambiato, pareva tutto uguale, da lontano. Era arrivato dunque.
Cento metri prima di entrare in paese, una traversa sulla destra costeggiata da cipressi conduceva al cimitero. Parcheggiò lì. Il cancello era aperto.
Il vecchio camposanto pareva abbandonato. Girò fra le tombe devastate dall’incuria e dal tempo, lesse a fatica le iscrizioni ormai quasi scomparse sulle lapidi ricoperte di muschio, ma non riuscì a trovare quella, troppo antica, di suo padre.
Leggeva con grande difficoltà su quelle povere fosse, tanti nomi che improvvisamente si tramutavano di nuovo in volti e riemergevano alla memoria. Finalmente trovò quello di sua madre, che si vedeva a malapena, su una tomba povera e ingiallita. Vi posò tutti e due i mazzetti, anche quello destinato a suo padre, sostò due minuti.
Un giorno ci rivedremo.
Percorse a ritroso il viale dei cipressi senza prendere la macchina e si avviò in paese. Era deserto, nessuno in giro, i vicoli umidi e muschiosi spazzati da un vento gelido che faceva rabbrividire. Tutto grigio e uniforme. Giunse di fronte alla vecchia casa.
Casa. La porta era aperta e cigolava avanti e indietro, scossa dalle correnti. Anche le vecchie imposte delle finestre sbattevano senza pace, vessate da quel vento crudele.
Dentro non era cambiato nulla, ma una tinta indefinita, triste, aveva uniformato le cose in un unico, lugubre paesaggio in dissoluzione. Gli sembrò di camminare chilometri e chilometri per arrivare in cucina. Si inginocchiò davanti al lavello, che allora lo sovrastava e che adesso era misero, basso, modesto e come consunto, corroso. A tentoni cercò la piccola nicchia, quella cassaforte custode del suo tesoro, di quell’antica promessa. Riuscì a svellere la porticina e con le dita sentì che il tesoro era ancora lì dentro. Lo estrasse e, nel palmo della mano, lo rimirò.
Il colbacco di pelo d’orso però s’era fatto grigio, sbiadito, la magnifica giubba era pallida, scrostata, gli stivali erano opachi adesso. Ma soprattutto i bottoni, quei bottoni dorati che allora splendevano come il sole dei giorni della giovinezza erano bui, spenti come orbite vuote. Tirò fuori di tasca il fazzoletto e con quello tentò di pulirlo, di farlo tornare brillante, ma il tempo non si può mondare.
Un giorno ci rivedremo.
Giulio Mondevàl camminò ancora per migliaia di chilometri e giunse di là, in quella stanza dove non c’era più odore di minestra calda né di legna bruciata. Il camino, spento da secoli, sembrava la gelida bocca di Pluto. Il vecchio tavolo, le sedie sgangherate, la credenza decrepita erano ricoperti di muschi e licheni di un verde velenoso e guasto.
La stanza era immensa, come le pianure della Patagonia, spazzata da un vento ostinato, diaccio, percorsa senza sosta da quelle palle spinose che corrono, corrono, non si sa dove.
Era stanco, sfinito. Si sedette su una sedia, Giulio Mondevàl, contemplando quello sfacelo. Si tirò su il bavero della giacca, aveva freddo.
La sabbia ammonticchiata negli angoli della stanza veniva sollevata da quel vento acuminato, che la faceva vorticare così che gli penetrava negli occhi azzurri, acquosi e slavati, facendoli lacrimare. Quegli occhi che adesso guardavano lontano, attraverso i vetri rotti della finestra, di là dai campi dove a giugno cantano le quaglie, verso quelle montagne altissime, oltre le quali nessuno sa cosa ci sia.